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Mastering

Prima dell'invenzione del mixer e dei microfoni, i dischi venivano registrati mediante l'uso di un diaframma di cera che, posizionato nella sala ripresa, vibrando trasmetteva l'energia acustica ad un tornitore posto in una stanza adiacente il quale scriveva in tempo reale l'esecuzione musicale creando direttamente il master.
Anche dopo l'invenzione dei mixer e dei microfoni, sebbene la qualità audio ne trasse grosso vantaggio, il master veniva scritto in tempo reale poiché mancava un supporto affidabile su cui registrare momentaneamente l'esecuzione per essere scritta successivamente sul master.
Nel 1940 l'invenzione del nastro magnetico rivoluzionò il mercato discografico. I brani, dopo essere stati registrati venivano trasferiti con pochissima perdita qualitativa su un altro nastro stereo o mono.
Prima di creare il master definitivo era possibile sottoporre l'audio ad un ulteriore trattamento dinamico e frequenziale.
Si cominciò a notare che questi trattamenti, se propriamente eseguiti da un esperto ingegnere di mastering, potevano influenzare fortemente la bellezza del suono di un disco e, quindi, il suo successo commerciale.
Oggigiorno, con l'avvento delle DAW (Digital Audio Workstation) e dei plug in non solo è possibile registrarsi un disco intero su un comune personal computer, ma è anche possibile effettuare il mastering rimanendo nel dominio digitale.
Ciò nonostante ancora oggi gli importanti studi di mastering, sebbene siano dotati di hardware digitali, continuano a fare uso di costosissime apparecchiature analogiche per intervenire sulla dinamica sul colore e sullo spettro dei brani da masterizzare. LOUDNESS WAR | IMPLICAZIONI PER LO STREAMING Che cos’è la loudness war?
La loudness war è la tendenza che si è stabilita negli anni dove il livello delle produzioni e masters finali sono state spinte al limite della distorsione per riuscire ad avere il massimo impatto sonoro sull’ascoltatore.
Negli anni, le case discografiche si sono fatte la guerra a chi riuscisse a far uscire i propri prodotti a livelli piu alti. Al giorno d’oggi, anche se le labels non sono piu’ cosi determinanti nella distribuzione dei prodotti musicali (a causa di internet) questo trend sembra continuare anche a livello di artisti indipendenti, i quali cercano di procurarsi un po’ di visibilita’ in piu’ nel cyberspazio facendo ricorso agli stessi stratagemmi impiegati dalle labels decenni addietro.
Questo tipo di pratica avviene perchè l’orecchio umano percepisce livelli alti di pressione sonora come “più bilanciati”, con basse più definite e di impatto.
In realtà questo tipo di fenomeno è una mera illusione. Quello che il nostro cervello codifica come “migliore” altro non è che una deformazione del nostro sistema uditivo ove le basse frequenze sembra vengano a mancare a bassi livelli.
La linearità della risposta in frequenza del nostro udito ad alti livelli di pressione sonora (110db) sia superiore rispetto a bassi livelli (20 db) dove percepiamo principalmente le medie frequenze. Questo tipo di comportamento uditivo si è sviluppato come conseguenza al fatto che l’uomo, a differenza di altri animali, si affida molto alla comunicazione verbale e di conseguenza ha sviluppato nel tempo una sensibilità elevata nella zona di frequenza che va dal 1k ai 4k (quella della voce umana). Per questo motivo, per arrivare a tali livelli di pressione sonora in mastering, un uso pesante sia di compressione che di limiting viene applicato al master finale, introducendo parecchia (e alle volta decisamente troppa) distorsione armonica.
Il problema di tutto ciò è che la qualità della musica ne sta risentendo tantissimo.
A parità di livelli di ascolto, un master dinamico suonerà quasi sempre meglio di un mastering super compresso (in gergo “schiantato”) Cosa comporta per il cliente finale ovvero chi acquista musica oggi?
A chi acquista musica oggi, questo può comportare una diminuzione nella qualità sonora del prodotto acquistato. Che cos’è il mastering per il digital streaming? Ovvero mastering ottimizzato per il web? Con la rivoluzione che internet ha portato negli ultimi dieci anni, anche il modo di come ascoltiamo e consumiamo musica è cambiato.
Molti ascoltano musica tramite il loro smartphone o computers/tablet.
iTunes, Spotify e YouTube/Google Play essendo le fonti primarie.
La cosa da tener presente nel 2016 è che quando la musica viene ascoltata in “streaming” ( il che implica che il file audio non risieda nel dispositivo elettronico usato ma trasmesso in tempo reale da un server esterno), tutte le piattaforme menzionate di sopra adottano un processo di “loudness normalisation” durante il playback.
Questo altro non è che un controllo automatico del loudness. I files quando vengono caricati su questi siti, vengono analizzati da un algoritmo che ne calcola i LUFS (unita’ di misura moderna per il loudness) e automaticammente abbassa il livello in maniera conforme alle proprie direttive.
In altre parole, pittaforme differenti offrono livelli medi di “loudness” diversi:
Youtube = -13 LUFS
iTunes = -16 LUFS
Spotify = -16 LUFS Il bello di tutto cio’ è che ascoltando album di artisti differenti di ere diverse, non si notano piu’ gran sbalzi di volume. Un po’ quello che succede in broadcast in TV. Cambi da un canale all’altro e il volume è sempre piu o meno costante.
Conclusioni:
Quando percio’ si fa il mastering per streaming, non ha proprio piu’ senso cercare di “schiantare” il pezzo per farlo suonare il piu’ forte possibile, perchè verra’ automaticamente abbassato in modo da rispettare il valore di LUFS di quella piattaforma.
E rifacendoci a quanto avevamo detto prima, dove abbiamo stabilito che un pezzo dinamico a parità di livello di playback, suonerà sempre meglio di uno “schiantato”, è facile capire come al giorno d’oggi sia meglio rispettare le regole e ottimizzare il livello del mastering per lo streaming (il che a volte richiede un mastering separato da quello per il formato CD per esempio).

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